REGIA: Lasse Hallström
SCENEGGIATURA: John Irving
ATTORI: Tobey Maguire, Charlize Theron, Michael Caine, Delroy Lindo, Paul Rudd, Kathy Baker, Erykah Badu, Jane Alexander, Kieran Culkin, K. Todd Freeman, Kate Nelligan, Heavy D.
Il medico del Maine
si candida all'Oscar
di ROBERTO NEPOTI (da Repubblica, 14 marzo 20009)
SIAMO ormai in dirittura di Oscar e continuano a uscire sui nostri schermi i film fregiati di nomination. Corre per sette statuette Le regole della casa del sidro, un classico racconto di formazione tratto dalle pagine di John Irving (lo scrittore appare nel film in un "cammeo") e realizzato in America dallo svedese Lasse Hallstrom. Le regole del titolo si riferiscono ai raccoglitori stagionali di mele, cui per un po' si unisce il giovane protagonista della storia: Homer Wells (Tobey Maguire), orfano adottato dal generoso dottor Larch (Michael Caine, in una parte cui un tempo si era candidato Paul Newman), medico filantropo che manda avanti un orfanotrofio nel Maine, si prodiga per i ragazzini senza famiglia e pratica l'aborto onde evitare guai peggiori.
Il film sostiene la necessità di infrangere, all'occorrenza, le regole, nella casa del sidro o altrove, purché le violazioni siano compiute a fin di bene. Per conto nostro se ne dovrà convincere Homer, protagonista di un rito di passaggio che comprende l'amore per la bella Candy (Charlize Theron), il lavoro e un aborto, prima del ritorno alla casa del padre putativo per prenderne il posto.
Alla presentazione in concorso a Venezia molti, commentando Le regole della casa del sidro, hanno nominato Charles Dickens, che il film cita del resto esplicitamente (assieme a parecchie altre cose). L'andamento narrativo è quello tipico del melodramma, dove si matura attraverso l'amore e il dolore e tutto quel che viene detto ha un significato drammatico o patetico, comunque pregnante ("Buonanotte, o principi del Maine", saluta i suoi orfanelli il buon dottore); anche se, magari, con qualche grano di tenero humour succhiato dai romanzi di formazione di Mark Twain e affidato, qui, al bravo Caine.
Non è difficile capire perché ai giurati sia piaciuta tanto una storia raccontata alla maniera classica del cinema americano: con un andamento solenne, un sicuro senso dello spettacolo, qualche notazione sdolcinata, una confezione elegante senza lampi di creatività. Fatto salvi - magari - i momenti con i bambini, che fin dall' esordio con La mia vita a quattro zampe hanno sempre ispirato Hallstrom. Un film di "studio" insomma (la Miramax), dove i contenuti stoici e coraggiosi del romanzo di Irving (la maturità è accettare che gli altri facciano le loro scelte) finiscono per omogeneizzarsi e adeguarsi alla logica dell'intrattenimento.
Il film sostiene la necessità di infrangere, all'occorrenza, le regole, nella casa del sidro o altrove, purché le violazioni siano compiute a fin di bene. Per conto nostro se ne dovrà convincere Homer, protagonista di un rito di passaggio che comprende l'amore per la bella Candy (Charlize Theron), il lavoro e un aborto, prima del ritorno alla casa del padre putativo per prenderne il posto.
Alla presentazione in concorso a Venezia molti, commentando Le regole della casa del sidro, hanno nominato Charles Dickens, che il film cita del resto esplicitamente (assieme a parecchie altre cose). L'andamento narrativo è quello tipico del melodramma, dove si matura attraverso l'amore e il dolore e tutto quel che viene detto ha un significato drammatico o patetico, comunque pregnante ("Buonanotte, o principi del Maine", saluta i suoi orfanelli il buon dottore); anche se, magari, con qualche grano di tenero humour succhiato dai romanzi di formazione di Mark Twain e affidato, qui, al bravo Caine.
Non è difficile capire perché ai giurati sia piaciuta tanto una storia raccontata alla maniera classica del cinema americano: con un andamento solenne, un sicuro senso dello spettacolo, qualche notazione sdolcinata, una confezione elegante senza lampi di creatività. Fatto salvi - magari - i momenti con i bambini, che fin dall' esordio con La mia vita a quattro zampe hanno sempre ispirato Hallstrom. Un film di "studio" insomma (la Miramax), dove i contenuti stoici e coraggiosi del romanzo di Irving (la maturità è accettare che gli altri facciano le loro scelte) finiscono per omogeneizzarsi e adeguarsi alla logica dell'intrattenimento.
“Un tema fondamentale del film è quello delle relazioni; a mio parere, la più significativa è quella che lega Homer ed il dottor Larch, il quale può essere considerato a tutti gli effetti il padre del giovane. Sembra che il dottore, subito dopo un brevissimo sguardo ad Homer, quando quest’ultimo è ancora in tenerissima età, colga che nell’animo del bambino c’è un qualcosa di speciale, che lo rende diverso dai suoi coetanei e fa di lui quasi un predestinato, una persona indubbiamente ‘utile per gli altri’. E così il dottore trasmette al giovane, effettivamente dotato di una particolare propensione all’apprendimento e di una grande volontà, le sue competenze in campo medico, con il chiaro scopo di fare di lui il suo erede nella direzione della piccola clinica di St. Cloud; ed è in questo che, a mio parere, possiamo rintracciare un lato negativo, o almeno egoistico, del carattere del dottore, che risulta deciso a vincolare Homer alla realtà ristretta del luogo in cui il ragazzo ha sempre vissuto, quasi non prevedendo altro per il suo futuro; questo comportamento può essere giustificato in parte immedesimandoci nella figura dell’uomo, che vede Homer come una creatura di cui può godere esclusivamente St. Cloud. Quando il ragazzo decide di partire, animato dal desiderio di ‘vedere l’oceano’, ossia di conoscere il mondo, di uscire da una realtà che gli sta stretta, che lo limita, inizia per il dott. Larch una parabola discendente, una degenerazione a livello psicologico, che lo porta alla morte. Homer, dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa, decide di tornare, sentendosi in dovere. Se il legame tra lui e il dottore fosse stato leggermente meno intenso, il ragazzo avrebbe optato comunque per un ritorno al piccolo St. Cloud, lasciandosi alle spalle il vasto oceano?”“È difficile poter giudicare una donna che decide di abortire. Certamente è necessario considerare l’intero contesto in cui si trova a dover affrontare il problema. Quella di abortire è una scelta di grande importanza e difficoltà, dal momento che non riguarda unicamente la donna-madre, ma in ballo c’è anche la vita di un’altra persona, non libera di scegliere della propria stessa vita. Certamente si tratta di una scelta di grande responsabilità e profondità, tale da segnare, talvolta anche per tutta la vita, una persona. È necessario, tuttavia, prima di poter giudicare (se possibile) una donna che prende una decisione così impegnativa, considerare le condizioni in cui si trova e le motivazioni, talvolta evidenti, per cui ha scelto di prendere questa strada. Nel film, infatti, vengono presentate due situazioni di aborto ben differenti tra loro. La prima a trovarsi nella situazione di voler abortire è Candy: una donna giovane e con un compagno che dimostra di amarla. Candy decide comunque di porre fine alla sua gravidanza, lasciando ignote, però, le motivazioni reali di tale gesto. Nella seconda parte del film, invece, ad abortire è Rose Rose, ragazza messa in cinta dal padre, che era solito abusare di lei. Il caso di Rose Rose appare certamente molto più complesso e problematico del primo. In realtà, quindi, non è giusto dare un giudizio così superficiale ed affrettato; la scelta presa da Candy è altrettanto sofferta e, fin dall’inizio, quando lei e il suo compagno si trovano nello studio del dottore, lei appare non del tutto convinta e, dopo l’aborto, appare sconvolta nel più profondo del suo animo, più volte anche in modo evidente. Rose Rose, oltre ad affrontare il dramma interiore di portare a termine l’aborto, si trova a dover affrontare anche il dramma di avere come ‘malfattore’ proprio il suo stesso padre.”
“«Le regole della casa del sidro» è uno di quei film che ti stupisce piacevolmente; inizi a guardarlo pensando di essere davanti ad uno dei tanti film che hanno come tema principale una storia d’amore tra due protagonisti che devono vivere le difficoltà di una società sconvolta dalla guerra, ma ci si accorge presto che questo film è diverso da tutti gli altri. Questo è un film che fa riflettere profondamente su molti aspetti della vita e dei comportamenti dell’uomo, fa capire come i sentimenti condizionino fortemente il modo di agire delle persone, ma anche come spesso gli uomini per egoismo confondano il bisogno di non sentirsi soli con l’amore, come ad esempio succede a Candy che, come lei stessa dice, non è mai stata brava a star sola e quindi dopo la partenza di Wally per la guerra inizia una relazione segreta con Homer, vero protagonista della storia, tornando tuttavia sui suoi passi in poco tempo quando il suo fidanzato tornerà dalla guerra gravemente ferito. Già qui possiamo trovare uno spunto per riflettere su uno dei molti temi del film: il senso di colpa; è proprio il senso di colpa quello che porta Candy a ritornare da Wally non appena questo torna a casa paralizzato, ed è sempre il senso di colpa che porta Mr. Rose, capo dei raccoglitori, reo di aver violentato e messo incinta la propria figlia Rose Rose, a lasciarsi morire dopo che la figlia lo aveva accoltellato una prima volta e dopo che si era volontariamente colpito altre volte; in entrambi i casi qui possiamo vedere come ad un certo punto arriva sempre un momento in cui ci si rende conto degli errori commessi a causa della nostra natura egoista, e arrivati a quel punto si possono fare due cose: tornare indietro sui propri passi facendo comunque soffrire qualcuno, oppure essendo arrivati ad un punto in cui indietro non si torna l’unica soluzione è sparire per sempre per non far più del male. Senza dubbio nel film è visibile anche il lato possessivo delle persone; in un rapporto ad esempio come quello tra il dottor Larch e Homer è palese come il dottore cerchi di chiudere qualsiasi ‘via di fuga’ dall’orfanotrofio al giovane, questo non per cattiveria, quanto per una ipocrita convinzione che Homer non sia ‘adatto’ alla vita reale, ma solo a quella dell’orfanotrofio, dove sarebbe dovuto rimanere, nei piani del medico, a sostituirlo. Sarà invece proprio grazie alla conoscenza del ‘mondo reale’, delle debolezze dell’uomo e dell’amore che Homer capirà quale sarebbe stato il ruolo che avrebbe dovuto occupare nel mondo, anche se questo ruolo comportava tornare all’orfanotrofio di St. Cloud’s. Proprio il personaggio di Homer è quello che cresce di più durante la storia e capisce cosa sia giusto fare, non solo pensando al proprio bene, ma pensando a quello altrui, sia ai bambini dell’orfanotrofio sia alle donne che si rivolgevano a Larch per abortire, pratica che lui riteneva sbagliata ma che poi capirà, a causa della vicenda di Mr. Rose e della figlia, essere in certi casi necessaria per la vita di alcune persone. Sottolineato nel titolo inoltre c’è il tema delle regole: regole fatte sia per permettere la civile convivenza delle persone, sia per controllare e limitare il pensiero delle persone stesse; senza dubbio qui vediamo come proprio le regole tese alla limitazione dell’uomo siano eluse senza alcuna remora, per bisogno proprio dell’uomo che le infrange di rivendicare la propria libertà, sia nel caso delle regole ‘della casa del sidro’, sia nel caso delle regole imposte dalla società bigotta del tempo, come quelle sull’aborto. Senza dubbio altre milioni di riflessioni diverse saranno venute ad altre persone che hanno visto questo film, che va visto senza dubbio e che riuscirebbe senza dubbio a toccare e commuovere anche la persona più fredda su questa terra.”
“«Giocare a Dio»… l’accusa che Homer rivolge in una lettera al dott. Larch mi sembra possa essere un’efficace descrizione del modo in cui i protagonisti del film vivono le loro relazioni… giocano… con la vita degli altri… forse perché bisognosi di rendere eccezionale una vita che, altrimenti, resterebbe mediocre ed insignificante… giocano a fare Dio… dimenticandosi di essere uomini… fragili… terribilmente fragili… Gioca il dott. Larch… a salvare bambini figli di nessuno e a salvare donne madri dell’istinto… ed è un gioco serio il suo, teso a prendersi cura di coloro di cui nessuno altrimenti si occuperebbe, ma questo gioco poi sfocia in un ‘inebriamento’ di onnipotenza che lo ucciderà… Gioca Mr. Rose… a fare il ‘capo’ impareggiabile e il ‘padre’ integerrimo… maschere che nascondono il suo bisogno di controllare e possedere tutto, perfino la vita di sua figlia… e proprio la ‘sua’ creatura violata gli strapperà violentemente la vita… Gioca Homer… con la vita di Candy, con il suo desiderio di sentirsi adorato e corteggiato… gioca perché nessuno gli ha mai fatto sentire la tenera carezza di un amore che dona rispetto e libertà… e, quando finalmente impara ad amare, si troverà solo… orfano di se stesso…
A fronte della tentazione costante che insidia anche la nostra vita – quella di ‘giocare a fare Dio’ – questo film mi sembra uno splendido invito a non aver paura di ‘accontentarci’ di essere veramente ed autenticamente uomini… nelle drammaticità delle scelte che ogni giorno abbiamo da compiere, nella fragilità dei nostri desideri, nella tenerezza dei nostri amori… qui, proprio qui, su questa terra imbevuta di sangue, ci ‘giochiamo’ il rischio della nostra libertà… nel rispetto dell’altro, nel desiderio che dona gioia, nel riconoscere l’alterità del volto di chi mi sta davanti… questa – e solo questa – è la ‘regola’ del nostro vivere… e il compito che ci spetta: imparare l’umanità… unica libertà… che salva…”

